Regime mediatico / 3
Il governo Kirchner vara una legge contro la Rep. argentina
Il governo di Cristina Kirchner l’ha ribattezzata “Ley de Medios”: Legge dei Media. L’opposizione la chiama “Ley de Miedos”: Legge per Mettere Paura. Già approvata dalla Camera, è in queste ore in dirittura di arrivo al Senato. Un po’, quello che sta accadendo in Argentina potrebbe vagamente evocare la situazione che si determinerebbe in Italia se un governo di sinistra facesse una nuova legge, tale da costringere Mediaset a vendere quasi tutto.

Il governo di Cristina Kirchner l’ha ribattezzata “Ley de Medios”: Legge dei Media. L’opposizione la chiama “Ley de Miedos”: Legge per Mettere Paura. Già approvata dalla Camera, è in queste ore in dirittura di arrivo al Senato. Un po’, quello che sta accadendo in Argentina potrebbe vagamente evocare la situazione che si determinerebbe in Italia se un governo di sinistra facesse una nuova legge, tale da costringere Mediaset a vendere quasi tutto: ma una Mediaset passata in mano al gruppo Repubblica, e un anno dopo la rottura tra questa Mediaset-Repubblica e il governo di sinistra fino ad allora pompato.
Va chiarito questo parallelo tra Repubblica e Clarín: con 400.000 copie al giorno, è il giornale argentino più letto. Non è solo da somiglianza di stili o ideologia. Sono stati proprio questi due giornali a dichiararsi omologhi, quando nel 1999 stipularono un accordo in base al quale nelle edicole argentine Repubblica veniva allegata a Clarín pagando un piccolo supplemento: una mossa rivolta all’ancora numerosa colonia di oriundi che parlano italiano, e cui faceva riscontro l’analogo accordo tra Corriere della Sera e La Nación, l’altro grande giornale di Buenos Aires (200.000 copie).
Ma Clarín è una Repubblica platense al centro di un impero mediatico in stile Berlusconi, e anche oltre: oltre 200 stazioni tv, incluso l’importantissimo Canal 13 di Buenos Aires; il giornale sportivo Olé; il gratuito La razón; riviste; giornali locali come Los Andes di Mendoza e La Voz del Interior di Córdoba; l’agenzia D/N… Qualcuno sostiene che ci apparterrebbe sotto banco perfino Pagina 12, che potrebbe essere considerato il Manifesto argentino. Di particolare importanza è poi quella Papel Prensa posseduta assieme a Nación e Stato, e che ha il monopolio della carta da giornali. In tutto, si parla di un fatturato da 2 miliardi di dollari, con guadagni per mezzo miliardo all’anno. Clarín ha appoggiato con convinzione prima Néstor Kirchner, poi sua moglie Cristina, fino ai grandi scioperi degli agricoltori del 2008. Dopo di che, all’amore è subentrato l’odio feroce degli innamorati delusi. Qualcuno ha parlato di “piatti che volavano”. Alcuni di questi metaforici “piatti” sono consistiti in inchieste su casi di corruzione. Altri in duri servizi sulla crisi energetica in cui il paese si è ritrovato. Un lancio particolarmente pesante è stata la rivelazione che il patrimonio dei Kirchner si era sestuplicato da quando nel 2003 Néstor è salito al potere.
Davvero il Gruppo Clarín mandava messaggi mafiosi per ottenere nuovi privilegi, secondo la tesi della Presidentessa? Oppure cercava solo di rimanere in sintonia con un’opinione pubblica di cui il risultato delle ultime elezioni ha reso manifesto il crescente disincanto verso il governo? Come che sia, a un certo punto hanno iniziato a partire piatti anche dalla Casa Rosada. Uno è stato la “statalizzazione” delle partite di calcio, sottratte d’autorità al canale satellitare di proprietà del Clarín per essere trasmesse gratis: e infiorettate di spot e marchette pro-Kirchner. Un altro è stato la revoca al Gruppo Clarón del permesso di entrare nel business della telefonia mobile, una settimana appena dopo averlo accordato. Un altro ancora, il blitz di un centinaio di agenti della Tributaria alla sede del gruppo. Infine la nuova legge sui media, votata dalla Camera in assenza polemica dell’opposizione, e secondo cui nessun proprietario potrebbe avere più di 10 radio o televisioni “libere”, contro l’attuale limite di 24. Inoltre il campo dell’audiovisivo sarebbe diviso in tre parti eguali tra stato, privato e organizzazioni no profit.
Insomma, dopo l’approvazione da parte del Senato Clarín dovrebbe smantellare il suo impero entro un anno. Si amplierebbe l’attuale spazio statale, ora ridotto a un canale tv, uno radio, un sistema di radiodiffusioni all’estero e un’agenzia di notizie. E nascerebbe un “terzo settore” che secondo il governo dovrebbe far crescere il pluralismo, ma secondo l’opposizione verrebbe riempito da sigle anch’esse collegate al potere. E c’è sospetto anche sul nuovo organismo di controllo incaricato di rivedere le licenze ogni due anni: anch’esso in gran parte nominato dal governo.